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Chiesa Matrice

L'età barocca di Mesagne coincide con l'innalzamento della nuova collegiata. Questa, dedicata a Tutti i Santi, fu edificata tra il 1649 ed il 1660 su progetto dell'architetto e matematico Francesco Capodieci, cittadino mesagnese ed esponente del clero locale..
Il Capodieci geniale architetto, ha imposto un forte senso verticale alla facciata della chiesa, impreziosita da eleganti elementi architettonici e con forti accenni chiaroscurali offerti dagli elementi aggettanti. Gli interni dell'insigne monumento furono realizzati nel periodo compreso tra il 1766 ed il 1770. Fu l'ingegnere Giuseppe Palmieri, originario di Monopoli, presso Bari, a progettarne l'attuale volta in pietra ed il maestoso colonnato posto a sostegno della massiccia copertura. Gli ornati e le rifiniture si devono all'ingegnere napoletano Nicola Carletti che disegnò gli stucchi eseguiti, poi, dai mastri Pasquale Faiella, Michele Garofano e Saverio Mazzarella, tutti napoletani. Il superbo altare maggiore, tutto in marmo, tra i più elaborati esistenti nell'intero Salento, e la balaustra, sono opere di Pasquale e Pietro Antonio Sebastiani, mastri marmorari napoletani. Altri artisti provenienti dalla capitale furono chiamati a vario titolo a rendere fastosi gli interni del maggior tempio religioso di Mesagne. I dipinti collocati sugli altari laterali sono per la maggior parte opere del pittore mesagnese Domenico Pinca. Di particolare rilievo risulta la pala della Madonna del Carmine, opera del pittore napoletano Bonito, collocata, a destra, nel transetto, la navata trasversale che costituisce il braccio più corto della chiesa


Le opere Pittoriche

La Chiesa matrice è un autentico scrigno di arte pittorica. Basta entrare nell’ampia navata centrale, proseguire nel transetto, la navata trasversale che costituisce il braccio più corto della chiesa, e soffermarsi un attimo nei locali della sacrestia e dell’aula capitolare per rendersene conto. Ci sono testimonianze di maestri autentici dell’arte barocca e, più in generale dell’età moderna; ci sono espressioni di arte strettamente locale, influenzata dalle correnti pittoriche dell’Italia meridionale, che accanto a poche, ma preziose sculture, descrivono uno scenario davvero unico.

Cristo che scaccia i mercanti dal tempio
Già movendo pochi passi dalla porta d’ingresso, sollevando gli occhi sulla bussola maggiore, ossia sul vano creato schermando con battenti interni la porta d’ingresso, il visitatore s’imbatte nella prima opera pittorica. Anche l’occhio meno esperto coglie la bellezza della tela mistilinea, alta circa due metri e lunga ben quattro, risalente all’anno 1770.
Si tratta della tela che ritrae Cristo nell’atto di scacciare i mercanti dal tempio. L’artista, il mesagnese Domenico Pinca, vissuto tra il 1746 ed il 1813, ha fermato sulla superficie pittorica un versetto del vangelo di Giovanni ed il quadro – restaurato di recente – risulta essere stato sempre conservato in questo luogo sacro, se è vero che i documenti parlano di un dipinto “continente l’espulsione dei venditori dal tempio fatto da Domenico Pinca”.
Figura centrale, per accuratezza nella linea pittorica, per scelta cromatica e per la collocazione all’interno della composizione, è proprio la figura del Cristo. Pinca si sarebbe riferito ai modelli stilistici del pittore napoletano Luca Giordano, peraltro usuali nella botteghe meridionali dell’epoca e sembra che il quadro abbia incontrato il favore dei fedeli. Qui come altrove, il pittore mesagnese, molto prolifico soprattutto nella realizzazione di soggetti sacri, ha apposto la sua sigla: una D ed una P puntate.
Madonna con bambino e santi Lucia, Lorenzo, Antonio abate, Agostino e Rocco
Ancora nel segno di Domenico Pinca, ecco sul primo altare a sinistra di chi entra, un quadro di chiara committenza interessata da soli intenti devozionali. Il dipinto ritrae la Vergine col bambino e, man mano che si scende dall’alto della composizione verso il basso, si notano San Lorenzo martire e Santa Lucia; quindi alla base, da sinistra a destra, Sant’Antonio abate, Sant’Agostino e San Rocco. Il quadro potrebbe essere quello che nei documenti risulta commissionato al Pinca, per 30 ducati, dalla famiglia Lucci, che vantava uno jus patronatus su un altare.
Pur considerata di origine devozionale, la tela presenta importanti elementi figurativi. L’artista è riuscito a rendere immediatamente identificabili i santi raffigurati, grazie all’appropriato uso degli attributi iconografici accostati a ogni singolo santo, evidenziando di volta in volta il martire, l’eremita o il dottore della chiesa, tutti accomunati dall’indicare la Vergine, posta al centro, come fonte di salvezza. Inoltre, il Pinca è riuscito a legare insieme le diverse storie dei santi, con nuvole, aloni ed angeli che hanno consentito di realizzare una composizione improntata ad una forte unitarietà..
Notevole risulta la soluzione iconografica che l’autore ha trovato nel raffigurare San Rocco: l’artista ha creato quasi un ideale piedistallo attorno al quale ruota l’angelo, che gli pone accanto il bastone del pellegrino, ed il cane che gli porge il pane. La composizione ricorda una pagina significativa della storia terrena del santo di Montpellier.
Assunzione di Maria Vergine
Sul secondo altare del lato di sinistra, c’è un altro quadro a soggetto spiccatamente mariano. E’ l’olio su tela raffigurante l’Assunzione della Beata Vergine, che la devozione a Mesagne porta a venerare il giorno 15 luglio con processioni e preghiere particolari. La narrazione si svolge su due piani, quello terreno e quello celeste. Nella parte inferiore della composizione, alcuni apostoli cercano attoniti nel sepolcro, mentre altri guardano verso il cielo. La parte superiore, invece, è incentrata sulla Madonna festante, attorniata da numerosi angeli, alcuni dei quali raccordano i due piani.
Il quadro, alto oltre due metri e mezzo e largo un metro e 70 centimetri, è opera di Saverio Lillo da Ruffano, come bene può leggersi dall’ampio autografo lasciato dall’artista in basso a destra sulla tela. Di buona formazione pittorica, Saverio Lillo ha lasciato un’altra testimonianza a Mesagne: si tratta di una Natività, ora ubicata nella chiesa della Ss. Annunziata, chiesa nella quale, fino a pochi anni addietro si trovava anche questo dipinto.
Pentecoste
Sul terzo altare del lato sinistro è collocata un’altra tela del mesagnese Domenico Pinca. Il dipinto raffigura la discesa dello Spirito Santo sulla Vergine e sugli apostoli nel giorno di pentecoste. L’artista ha dato vigore alla scena insistendo sulla luminosità centrale nella quale ha collocato lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, e la Vergine Maria. Gli apostoli, invece, tutti in cerchio attorno alla figura della Madonna, sono accomunati dallo stupore con il quale notano le fiammelle collocate sul loro capo, già interpretandole come un segno divino.
Anche quest’opera è del mesagnese Domenico Pinca vissuto tra la seconda metà del XVIII e i primi anni del XIX secolo. L’artista la realizzò tra il 1770 ed il 1771 assieme ad altri dipinti da collocare nella chiesa matrice. Queste tele, tuttavia, restarono solo per pochi anni sugli altari: furono rimosse, infatti, nel 1783 perché i sacerdoti capitolari decisero che quei quadri non ispiravano –come scrissero in una loro deliberazione – “alcuna divozione”.
Visitazione con S. Nicola e S. Agostino
Entrando nel transetto, la navata trasversale che costituisce il braccio più corto della chiesa, ecco la grande tela - alta più di cinque metri e larga più di tre - che rappresenta in basso a sinistra San Nicola vescovo di Mira e in basso a destra un altro vescovo identificato come sant’Agostino. Tutta la parte superiore della tela è occupata dalla scena raffigurante la visita della Vergine a Sant’Elisabetta.
E mentre la critica dibatte sul possibile autore collocandolo, in ogni caso, in ambito salentino, almeno il periodo sembra certo: la grande tela è stata realizzata tra il secondo e il terzo quarto del secolo XVII.
Trinità, Santa Vergine, S. Michele arcangelo ed anime purganti
Alla metà del Seicento risale il quadro, recentemente restaurato, raffigurante la SS. Trinità, la Santa Vergine, S. Michele arcangelo e le anime del Purgatorio.
E’ un soggetto abbastanza diffuso nelle nostre chiese, dettato soprattutto da motivi catechetici sulla dottrina del Purgatorio ispirata anche dai decreti del Concilio di Trento, da comunicare ai fedeli anche attraverso l’arte. “Caotica e farraginosa” era stata definita la tela, ma il restauro ha dato nuovo credito a questo dipinto, nel quale, osservando la composizione dall’alto verso il basso, ci si rende conto della bravura dell’artista.
Questi, di ambito salentino, ha voluto innanzi tutto comunicare il mistero trinitario e la centralità della figura della Vergine promotrice della salvezza eterna che, a ben vedere, è il soggetto unico del quadro. I protagonisti della salvezza sono accomunati anche da un elemento cromatico, riscontrabile sia nella Madonna sia nell’abito dell’Arcangelo Michele, collocato accanto all’Eterno Padre, quasi a collegamento tra la parte superiore e quella inferiore della composizione, sicuramente quella più accurata dal punto di vista della realizzazione artistica.
Le anime del Purgatorio, che attendono di salire in Paradiso, poste alla base del quadro, rappresentano un piccolo capolavoro nel capolavoro. Qui l’artista ha citato più volte pittori famosissimi, probabilmente si è anche ritratto; soprattutto ha cercato di fare intuire l’atteggiamento delle anime, non disperato, ma di preghiera costante e di malinconia per la lontananza dalla luce di Dio.
Madonna del Carmine del Bonito nel transetto
Passando sul lato destro della chiesa, nel transetto, la navata trasversale che costituisce il braccio più corto della chiesa ecco la Madonna del Carmine, opera settecentesca, forse il più prezioso dipinto conservato in questo luogo sacro. La tela ritrae la Madonna, assisa sulle nuvole, che tiene stretto il Bambino a lei abbracciato, mentre tutt’intorno compaiono gli angeli che, devotamente, rivolgono lo sguardo verso la Vergine santa ed il Bambino, facilmente riconducibili al titolo del Carmelo proprio per la presenza dell’attributo iconografico dello scapolare, larga striscia di stoffa portata, da questi religiosi, sul saio.
Il dipinto è opera di un maestro dell’arte napoletana, Giuseppe Bonito, nato a Castellammare di Stabia nel 1707 e deceduto a Napoli nel 1789. Furono i sacerdoti capitolari che, nel 1783 decisero di rimuovere una tela raffigurante la Madonna del Carmine di Domenico Pinca e commissionare la realizzazione di una nuova opera “in Napoli o in Roma – scrissero – dalli più eccellenti pittori”. E la scelta cadde su Giuseppe Bonito, che la realizzò, nel 1786, ormai ultrasettantenne.
Adorazione dei pastori di Gian Pietro Zullo
Accanto alla Vergine del Carmine, ecco l’Adorazione dei pastori di Gian Pietro Zullo, pittore mesagnese vissuto tra il 1557 ed il 1619, caposcuola di una robusta tradizione pittorica locale, alla quale appartiene anche Domenico Pinca. L’opera, che è assegnata per tradizione a Zullo ed al nipote Cunavi che l’avrebbe completata, non ci è stata tramandata nella sua impostazione originaria, perché fu ampliata dal Pinca nel 1782.
Probabilmente nella tela, che è alta sei metri ed ha una base di oltre tre, resta di Zullo il nucleo centrale delle figure, costituito dalla sacra famiglia e dai pastori, ma non è escluso che proprio questi ultimi siano stati completati dal nipote, che vi lasciò tracce evidenti del vivace cromatismo di scuola veneta, tuttavia perfettamente aderente al disegno complessivo, in buona parte realizzato da Zullo prima della sua morte.
Sant’Oronzo
Tornando nella navata principale della chiesa, subito dopo l’orchestra sovrastata dall’organo, ecco la tela raffigurante Sant’Oronzo, venerato a Mesagne perché attribuita alla sua intercessione la salvezza dalla peste, che ammorbò il Salento attorno al 1660. In passato il soggetto era stato identificato con Sant’Eleuterio, protettore di Mesagne prima che i cittadini si affidassero alla Vergine del Carmine, ma i riscontri documentali non lasciano adito a dubbi.
Sant’Oronzo, è raffigurato dall’anonimo autore, certamente di elevate qualità, con i consueti attributi iconografici propri del vescovo, mitria e pastorale, e con quelli del martire – si noti la palma del martirio posta in terra assieme alla scure sostenuta dai littori.
Nel dipinto che vediamo, l’implorazione di salvezza e la benedizione sono richieste dal santo per la cittadina di Mesagne ritratta sullo sfondo e sorvegliata da una presenza angelica. Sono facilmente distinguibili la Porta Grande, la cinta muraria che costeggiava la città fino al castello, il torrione del maniero: l’ignoto autore ha voluto realizzare quasi un’istantanea della cittadina nella seconda metà del XVII secolo.
Crocifissione di San Pietro
Tra il quadro di Sant’Oronzo ed il vano che ospita il Fonte battesimale, ecco l’ultimo altare che reca come dipinto la crocifissione di San Pietro. Anche quest’opera è stata realizzata dal mesagnese Domenico Pinca, che ha siglato la tela in basso a destra, poco sotto il gradino sul quale poggia la croce dipinta. L’opera fu realizzata nel 1770-1771 per sostituirne una più ampia, ma fu quasi subito rimossa, assieme ad altre, perché non gradita. La pecca dell’autore fu probabilmente quella di aver “attualizzato eccessivamente” la scena, con il centurione in primo piano, troppo spagnoleggiante nella sua armatura per non evocare episodi vicini alla memoria dei fedeli.
La critica ha notato un’assenza di respiro spaziale nella tela, che necessita di un restauro. Pur tuttavia va notato come efficaci siano l’impostazione del soggetto sullo sfondo, che probabilmente rappresenta l’imperatore che assiste al martirio, e dell’angelo che, proprio al centro, reca a San Pietro non soltanto la palma del martirio, ma anche una corona floreale, che conferma il sacrificio di testimonianza e lo indica quale principe degli apostoli.

 

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