Museo

Il museo Granafei possiede un ricco patrimonio archeologico proveniente dal territorio di Mesagne, ma anche da altre zone della Puglia.
L’importanza di Mesagne e del suo territorio, dal punto di vista storico- archeologico, è ben nota già a partire dal 1600. Con l’espansione dell’abitato, si sono poi moltiplicate le occasioni di ritrovamenti che hanno gettato nuova luce sulla storia del sito in età pre-romana e romana.
Dal 1970 in poi diversi scavi e indagini scientifiche hanno portato all’individuazione di antichi cimiteri, ovvero necropoli, in vari quartieri dell’abitato.
Sempre a partire dagli anni ’70 anche il territorio di Mesagne è stato oggetto di indagini da parte della Soprintendenza Archeologica della Puglia, indagini che hanno portato alla conoscenza degli importanti siti extra-urbani di Muro Maurizio, Malvindi e Muro Tenente.
I dati archeologici hanno confermato la rilevanza di Mesagne quale centro popolato dai Messapi, in posizione strategica tra le due importanti città di Brindisi e Oria, “terra di mezzo”, definizione cui molti studiosi fanno risalire l’origine del nome “Mesagne”.
 

Chi erano i Messapi?
Secondo la tesi maggiormente accreditata tra gli studiosi, i Messapi provenivano dall’Illiria, cioè dall’opposta sponda dell’Adriatico, insieme a tutte le genti- gli Iapigi- che dalla seconda metà del XII secolo avanti Cristo occuparono, a ondate successive, l’antica Apulia.
Nella seconda età del ferro, dal VII secolo avanti Cristo, l’originaria unità culturale degli Iàpigi venne a frantumarsi per cui si crearono nell’antica Apulia tre distretti culturali: a Nord la Daunia , al centro la Peucezia, a sud la Messapia.
I Messapi ebbero diverse occasioni di contatto con il mondo greco e questo portò a diverse trasformazioni: a partire dal VI secolo a.C. cambiò il modo di costruire; si innovarono le tecniche agricole e artigianali; fu introdotto l’uso della scrittura. Dalle numerose tombe rinvenute, relative al V secolo a.C., emerge significativa la presenza di prodotti di importazione, in particolare vasi legati al consumo del vino, come crateri e coppe, che furono imitati più tardi, nelle forme e nel repertorio decorativo, da alcune officine locali.
Non mancarono tuttavia motivi di tensione, soprattutto per la presenza della colonia greca Taras, l’odierna Taranto, che nel V e nel IV secolo avanti Cristo portarono a scontri armati cruenti.
Nonostante il frequente contatto con la civiltà greca, i Messapi conservarono per lungo tempo caratteri culturali precisi e distinti: è il caso, ad esempio, della produzione di un contenitore per acqua, chiamato “trozzella”, diffuso in tutto il territorio messapico dalla metà del VI al III secolo avanti Cristo e particolarmente attestato in numerose sepolture femminili.
Alla metà del III secolo a. C., con la conquista da parte dei Romani, la civiltà messapica iniziò il suo rapido declino.
 

Breve storia del Museo
All’inizio del secolo scorso il significativo numero delle scoperte a Mesagne e nel suo territorio, spinse i promotori della Biblioteca Popolare “Ugo Granafei” ad istituire una piccola raccolta archeologica che si andò man mano arricchendo di reperti donati da diversi cittadini.
A partire dal 1970, poi, nel Museo sono confluiti materiali provenienti da tombe pertinenti ad un arco cronologico compreso tra il VI ed il II secolo a.C.; si tratta per lo più di reperti ceramici tipici della cultura messapica, fiorita nel Salento prima della conquista romana della metà del III sec. a.C.; di prodotti importati dal mondo greco; di vasellame imitante, nella forma e decorazione, le produzioni greche. Più rari, risultano invece, gli oggetti in metallo come fibbie e monete.
Allestito in un primo tempo presso il Palazzo Municipale, e in seguito presso la sede dell’omonima biblioteca “Ugo Granafei”, il Museo conteneva in un’unica sala diverse sezioni, alle quali si sono aggiunti i reperti relativi a cinque sepolture rinvenute nel 1988 in via San Pancrazio.
Una di queste tombe, del tipo a semicamera, cioè protetta da muri e coperta da lastroni, è stata ricostruita al piano terra del Castello Comunale, attuale sede del Museo.
E’ con questo eccezionale documento che comincia il percorso espositivo del Museo che, aperto al pubblico nel 1999, attualmente prevede la visita a sei sale contenenti i reperti relativi alle necropoli meridionale e settentrionale, quelli provenienti da collezioni private, ed il mosaico recuperato dall’impianto termale di Malvindi. Sono invece in allestimento le sale dedicate alle monete ed alle iscrizioni.
 

Le necropoli dell’abitato
A Mesagne sono state scoperte negli ultimi decenni numerose sepolture che hanno fatto individuare vere e proprie aree di necropoli a nord, sud, ovest ed est rispetto all’attuale centro storico. In molti casi, purtroppo, le tombe sono state trovate saccheggiate; in altri sono state scoperte intatte, in altri ancora non è più possibile individuarne la posizione originaria e attribuirvi con certezza il corredo.
Diverse sono le tipologie delle tombe: sono state trovate tombe a semicamera, cioè protette da muri e coperte da lastroni, tombe a fossa semplicemente scavate nel terreno e coperte con lastroni in carparo, e tombe del tipo a cassa con le pareti della fossa rivestite da lastre.
 

La necropoli meridionale (sale I-II)
Nelle prime due sale del Museo sono esposti alcuni reperti provenienti dalla necropoli individuata a sud dell’attuale centro storico tra cui, in particolare, quelli relativi ad un scavo condotto nel 1988 che ha restituito sei sepolture appartenenti a diverse epoche.
Tra di esse, spicca una tomba monumentale che fu rinvenuta sotto una palma secolare e che oggi è stata completamente ricostruita nella prima sala del Museo.
La tomba, del tipo a semicamera, coperta da sei lastroni, era intonacata all’interno e decorata con motivi geometrici, lineari e vegetali, colorati in rosso e blu.
Nella tomba furono rinvenuti, insieme ai resti di un maschio adulto, ben 33 oggetti di vari tipi appartenenti ad un arco di tempo compreso tra la fine del III e gli inizi del II secolo avanti Cristo. Tra questi, vasi di grandi dimensioni del tipo a figure rosse e dello stile di Gnathia, una ceramica che prende il nome da Egnazia che ne era il centro di produzione; piatti, tazze e lucerne a vernice nera; unguentari, anfore commerciali provenienti da Rodi e da Cnido, oltre a diversi oggetti in metallo.
Per le caratteristiche della tomba, per il numero, il pregio artistico e le dimensioni di alcuni reperti, la sepoltura può essere attribuita ad un membro dell’aristocrazia locale, in quest’epoca, ormai, fortemente influenzata dalla cultura romana.
 

La necropoli settentrionale (sale III)
Nella terza sala del Museo sono esposti reperti provenienti dalla necropoli settentrionale, con una rilevante presenza di reperti provenienti da ben 39 tombe scoperte nel 1971 nell’area compresa tra le vie Stazione e Pordenone.
Lo studio dei corredi rinvenuti, quasi mai completi, ha permesso di capire che la necropoli è stata utilizzata, ininterrottamente, dal VI al III secolo avanti Cristo.
Tra i reperti significativi si segnalano le trozzelle rinvenute in contrada Amendoleto che sono state datate al V secolo avanti Cristo. Contenitore per l’acqua caratteristico della civiltà messapica, la trozzella, piccola anfora dal corpo panciuto, deve il suo nome alle quattro coppie di rotelle, trozze, appunto, disposte alle estremità dei manici. Essa risulta frequentemente decorata con motivi geometrici, vegetali e, più raramente, con figure.
Meritano particolare attenzione alcune olle databili al VI secolo a.C.: antenate della trozzella, se ne distinguono per la mancanza delle rotelle sui manici.
 

Donazioni e Collezione “Ugo Granafei” (sale IV e V)
Nelle sale IV e V del Museo è esposto materiale archeologico donato da collezionisti privati, e reperti che diversi cittadini hanno consegnato all’Istituto a seguito di ritrovamenti fortuiti nell’abitato e nel territorio di Mesagne.
Si tratta di reperti dei quali si ignora la provenienza, selezionati dai diversi donatori secondo il criterio dell’oggetto bello, prezioso e curioso: essi hanno quindi valore di testimonianza della cultura materiale, del costume, così come della maestria degli artigiani.
Tra gli oggetti prevalgono quelli ceramici , come le trozzelle, piccole anfore dal corpo panciuto; oppure vasellame di uso quotidiano; vasi in stile di Gnathia, cioè una ceramica che prende il nome da Egnazia che ne era il centro di produzione; vasi a figure rosse di produzione greca e locale; vasi a vernice nera e, ancora, fibbie in argento e bronzo.
Ma vi sono anche dei piccoli oggetti in terracotta a forma di animali, utilizzati pure come sonagli: sono giocattoli e giochi usati in età messapica e romana. Tra questi, degno di nota è un esemplare a forma di cavalluccio attribuibile al V secolo avanti Cristo, facente parte della Collezione “Ugo Granafei”.
Vi sono pure astragali, ossicini di capra, montone e agnello, utilizzati da bambini e adolescenti per un gioco di abilità molto comune, oppure dagli adulti come dadi per il gioco d’azzardo.
 

Le terme di Malvindi e un trappeto di pietra (sala VI)
Nella sesta sala del Museo si conserva il pavimento rinvenuto nel tepidarium dell’impianto termale di Malvindi: si tratta di un mosaico costituito da tessere in pietra calcarea bianca e poche tessere in pietra nera, recante al centro una lastra di marmo bianco con venature in grigio.
Lo scavo dell’impianto termale, ubicato ad est della strada vicinale Mesagne – San Pancrazio, ha messo in luce quattro ambienti interessati da due fasi costruttive: l’una attribuibile agli inizi del I secolo dopo Cristo, l’altra ai secoli III – IV dopo Cristo.
Sono stati individuati: il calidarium, una sala, dove si facevano bagni caldi, riscaldata attraverso un sistema che faceva salire il calore da un impianto posto sotto il pavimento; il tepidarium, una sala riscaldata che costituiva il passaggio intermedio tra bagno caldo e bagno freddo, e il frigidarium, dove si prendeva il bagno freddo, in cui sono stati rinvenuti i resti di una vasca. Un altro vano, utilizzato prima come ambiente riscaldato, venne successivamente destinato ad ambiente di servizio.
Quello di Malvindi, per le sue dimensioni e la sua posizione, fa pensare ad un complesso pubblico in un contesto rurale, punto di riferimento per un territorio piuttosto vasto e probabile punto di sosta lungo una importante via. L’impianto, infatti, doveva trovarsi su una strada utilizzata come alternativa alla via Appia per raggiungere Otranto da Brindisi.


Le Monete (sale VII)
La collezione di monete del Museo comprende, per un numero complessivo di 364 pezzi, monete magnogreche in argento, coniate dalle zecche di Taranto, Eraclea, Metaponto, Thuri, Sibari; monete romane, dagli assi in bronzo di età repubblicana alle monete dell’impero; monete in bronzo coniate dalla zecca di Brindisi, colonia fondata dai romani nel 244 a. C. nel territorio conquistato ai Messapi, e monete medievali.
Sono quindi testimoniati i diversi passaggi storici: dalla comparsa della moneta in metallo prezioso di “tradizione” greca, all’introduzione del suo uso presso le civiltà indigene, alla moneta di Roma con il grande peso ad essa assegnato come veicolo di propaganda politica, alle prime monete dell’età cristiana.
Della maggior parte delle monete custodite nel museo, si ignora la provenienza, poiché sono per lo più frutto di rinvenimenti occasionali. Tuttavia esse, sia con gli esemplari in metallo prezioso, sia con quelli in metallo vile, documentano i traffici e le frequentazioni di genti diverse.
 

Le Epigrafi (Sale VIII)
Il Museo dispone pure di una ricca sezione epigrafica. Si tratta per lo più di lapidi funerarie, lastre di forma rettangolare a forma di edicola e piccoli altari, che recano incisi i dati delle persone defunte, tangibile segno millenario della pietà e del culto dei morti, delle genti che hanno abitato il territorio in età messapica e in età romana.
Di alcuni esemplari si conosce la provenienza, di altri, invece, si ignora dove siano stati rinvenuti.
Si tratta comunque di documenti importanti che consentono, se non l’individuazione di aree cimiteriali, una conoscenza per le diverse epoche della storia sociale: possiamo infatti rilevare dati sulla mortalità, sulla composizione sociale come, ad esempio, il ceto di appartenenza, il sesso, la distribuzione in tribù e famiglie della popolazione e i mestieri svolti.

 

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