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Centro Storico
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Chiesa Madre

Di fronte alla biblioteca ecco elevarsi il complesso monumentale della Chiesa matrice, dedicata a Tutti i santi. Essa presenta la facciata scandita da tre ordini architettonici, i quali accrescono, insieme alle statue del collegio apostolico dislocate sui tre piani e assieme all’attigua torre campanaria, la maestosità del monumento. Soggetta a diverse modifiche nel corso dei secoli, la costruzione attuale appare, comunque, come la realizzazione del progetto di metà seicento del sacerdote mesagnese Francesco Capodieci.

Quest’ultimo fu architetto autentico, tanto che si devono a lui diverse opere, oltre che le idee di urbanizzazione della Mesagne secentesca. E la sua perizia, se altre testimonianze non vi fossero, si manifesta proprio nella facciata, che ripiega, nel portale maggiore, parte del vecchio portale cinquecentesco, e lo corona con le statue di S. Eleuterio, Antea e Corebo – il primo antico patrono della città, madre e discepolo del santo vescovo gli altri – che ricordano le più antiche devozioni dei mesagnesi.

(Interno Chiesa matrice) La chiesa matrice, ad unica navata e a croce latina, risulta essere costruita sul luogo in cui sorgeva la chiesa bizantina di San Nicola Vetere. Alla metà del Quattrocento, però, il luogo sacro fu ristrutturato e dedicato a Tutti i Santi. Un secolo dopo, la chiesa fu soggetta a nuovi lavori, a spese dell’Università e per impulso di Lucantonio Resta che fu prima arciprete di Mesagne e poi vescovo ad Andria.

 Dell’antica, originaria chiesa, tuttavia restano alcune, significative tracce. Secondo gli studiosi, l’antica cappella bizantina dedicata a San Nicola Vetere potrebbe coincidere con l’attuale cripta della chiesa – a tutti nota come Succorpo – posta sotto l’altare maggiore e restaurata di recente sia nelle colonne che fungono da pilastro, sia nelle pareti. Nella cripta è custodita una statua della Madonna con bambino di ignoto scalpellino meridionale.

L’intera chiesa matrice è un autentico scrigno d’arte. Oltre al monumentale altare maggiore di marmo, esempio dell’arte scultorea napoletana realizzato dal maestro Mario Pagano, in essa si conserva un coro ligneo di notevole valore che necessita di restauri, non solo per il valore artistico intrinseco, ma anche perché rappresenta il momento più visibile della struttura collegiale del clero mesagnese che, proprio nella Chiesa matrice, era costituito in Capitolo collegiale con le sue quattro dignità.

In questo scrigno d’arte, si deve collocare anche un notevole organo a canne. Esso, posto di fronte al pulpito e ad un ingresso minore alla chiesa, è opera del maestro organaro Tommaso Mauro da Muro Leccese, il quale lasciò diversi di questi strumenti nelle più importanti chiese salentine. L’organo fu realizzato nel 1648 e ristrutturato nel 1710, ma un ulteriore, completo intervento di restauro, è stato compiuto negli anni scorsi per restituire allo strumento tutti i suoi pregi antichi.

Su tutti gli altari della chiesa, sono collocate tele di notevole valore. Esse consentono di ripercorrere due itinerari artistici. Il primo è un cammino nell’arte pittorica locale, attraverso il susseguirsi delle firme mesagnesi di Gian Pietro Zullo e Andrea Cunavi, Domenico Pinca e Teresa dello Diago; il secondo, invece, consente di ricostruire le tendenze artistiche nel Salento e nel Meridione, partendo dagli artisti locali ma considerando, anche, quadri come l’Assunzione di Saverio Lillo da Ruffano, il Sant’Oronzo di ignoto copista del Coppola, la Madonna del Carmine del napoletano Giuseppe Bonito, opera del tardo secolo XVIII.

 

Il complesso archeologico di via Castello

Nell’estate del 1997, in un’area  di proprietà privata sita in via Castello, la Soprintendenza Archeologica per la Puglia ha portato in evidenza  sei tombe del tipo a semicamera, protette, cioè, da muri e coperte da lastroni, databili al III – II secolo a.C. Già note alla letteratura archeologica e, purtroppo, anche agli scavatori clandestini, le tombe, parzialmente  sconvolte e manomesse, risultavano dipinte e con iscrizioni messapiche.

A seguito di questa eccezionale scoperta, nel corso del 2000 l’indagine fu estesa alle aree confinanti. 

Tale intervento ha consentito di individuare alcune strutture e di mettere in luce un’interessante continuità di vita nell’area, dall’età del ferro all’età tardo medievale, che getta nuova luce sulle conoscenze del sito messapico e sulle fasi tardo-antiche.

In particolare, con lo scavo di vico Quercia sono emerse significative testimonianze del primo insediamento attestato a Mesagne: tracce di una cinta muraria (su cui sono state rinvenute due importanti stele figurate) e un battuto stradale molto antico.

Poche sono risultate le testimonianze di età romana: si tratta di alcune sepolture attribuibili con ogni probabilità al tardo impero. Invece sono state rilevate numerose tracce di età medievale e tardo-medievale, come, ad esempio, strutture abitative testimoniate da battuti e focolari, e fosse di scarico e pozzi che attestano l’occupazione dell’area sino al XVI secolo.

Sempre in vico Quercia è stata rinvenuta una monumentale sepoltura del tipo a semicamera databile al III – II secolo a.C., riutilizzata probabilmente fino al I secolo a.C. La tomba recava al suo interno una iscrizione in lingua messapica ed ha restituito parte del suo prezioso corredo.

 

Via Albricci

Rimanendo sul sagrato della Chiesa matrice, ecco l’inizio di via Albricci, una delle principali arterie del centro storico. In essa si nota, proprio all’angolo con la piazza IV Novembre, un palazzo tardorinascimentale, la cui costruzione risale, con molta probabilità al 1626, come riportato sulla chiave di volta del  primo dei tre portali che si aprono sul prospetto di maggiore rilevanza storica.

(Un’altra foto del palazzo) Il palazzo è stato sede dell'antico Monte di Pietà, fondato da Palmerio de Rinaldo nel 1593, ma ha anche ospitato il vecchio Ospedale nell'ala prospiciente Piazza Criscuolo. Successivamente, nel XIX secolo, a seguito di una permuta avvenuta tra il Comune di Mesagne e la Congregazione di Carità, l'Ospedale fu trasferito nella sede attuale, mentre in questo palazzo trovò ospitalità il Municipio. Attualmente, esso  è sede degli uffici del Gal, il Gruppo di azione locale.

Proseguendo ancora lungo via Albricci, prima di giungere nell’attuale spiazzo ove si svolge il mercato quotidiano si possono notare diversi palazzotti che abbracciano un arco di tempo compreso tra il XVI ed il XVIII secolo. Fregi sui portali e stemmi gentilizi, impreziosiscono queste facciate, tutte degne di nota. Una fra tutte va ricordata, tuttavia, ed è quella che reca le insegne araldiche di Lucantonio Resta, che fu arciprete di Mesagne e vescovo di Andria, il quale, alla metà del ‘500, iniziò la trasformazione del primitivo organismo della chiesa madre, oltre a realizzare la cappella della Madonna d’Andria nel Borgo nuovo.

A quel vescovo è intitolata la strada che incrocia via Albricci. Il perimetro, una volta, comprendeva anche il convento delle suore clarisse di Santa Maria della Luce, andato distrutto nei primi anni del Novecento, dopo che per diversi secoli aveva costituito l’unica presenza monastica femminile in Mesagne.

 

Via Luca Antonio Resta

Sembra che nulla di antico, escluse le antiche basole di pietra viva della pavimentazione, le chianche, vi sia lungo via Lucantonio Resta. Ed invece, un tantino nascosto, ma stupendo, ecco il portale monumentale ubicato in quella che fu una residenza dell’abate Giovanni Granafei. Lo stemma araldico con il leone rampante che stringe le spighe, proprio della famiglia Granafei, e la croce simbolo dell’autorità ecclesiastica, non lasciano adito a dubbi.

 

Chiesa di San Cosimo

Proseguendo lungo la stessa via Resta, ecco la chiesetta dedicata ai Santi Medici Cosimo e Damiano, recentemente restaurata. Il luogo di culto ha pianta esagonale ed è l’unica chiesa mesagnese a presentare due porte nella facciata. Di origine settecentesca, la chiesa conserva due tele di qualche importanza: una raffigurante i Santi Medici con la Vergine Immacolata, l’altra una Vergine del Carmine che salva con lo Scapolare le anime del Purgatorio.

Proprio la prima tela, recentemente restaurata, merita qualche considerazione. Essa, pur di chiara committenza confraternale, è uno dei pochi quadri dell’area salentina che raffigura, sullo stesso spazio pittorico, i santi medici e la Vergine immacolata, secondo i consueti attributi iconografici imposti nei circuiti artistici del Meridione dai francescani, che promossero questo culto secoli prima che la chiesa ne proclamasse il dogma.

 

Piazza Orsini

Proseguendo lungo le viuzze del centro storico, ecco piazza Orsini del Balzo. Una piazza quadrata ideata da quel famoso architetto che fu don Francesco Capodieci, progettista della chiesa matrice, il quale anche qui ha lasciato la sua firma. Questa piazza, con il castello, l’attigua chiesa di Sant’Anna ed un altro palazzo pubblico, potrebbe essere considerata il compendio architettonico del potere feudale in una cittadina del Mezzogiorno d’Italia.


 

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