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La città fortezza

  

Ad un osservatore attento Mesagne si presenta come un vero e proprio paradigma per comprendere le dinamiche fondamentali legate all’edilizia e allo sviluppo urbano di una piccola città dell’Italia meridionale tra la fine del Cinquecento e gli ultimi decenni del Seicento.

Mesagne, infatti, con una popolazione di cinquemila abitanti alla fine del Seicento, leggermente incrementata rispetto ai due secoli precedenti, attivò in quel periodo un insieme di meccanismi che ne modificarono profondamente la fisionomia.

Le grandi trasformazioni avvennero ad opera dei feudatari del luogo, del potente ceto dei nobili, del clero e degli ordini religiosi.

Nel XV secolo, durante l’età aragonese, era stato il Principe di Taranto Giannantonio del Balzo Orsini, il più potente feudatario del Regno di Napoli, a voler ampliare il castello. Egli trasformò, dunque, Mesagne, in una città fortezza, erede di antiche tradizioni militari risalenti all’età Normanno-Sveva, quando sulle sue mura e sul suo castello sventolavano gli stendardi dalla croce nera in campo bianco dell’ordine dei Cavalieri Teutonici.

Nel Cinquecento Mesagne ebbe un florido patriziato cittadino, in gran parte espressione di un dinamico mondo imprenditoriale di stampo borghese, che pianificò nuove opere di urbanizzazione e di architettura riguardanti, nel centro storico, la creazione del teatro, dell’ospedale, del monte di pietà, di una nuova piazza, della collegiata ricostruita in gran parte, e la lastricatura delle strade.

Gli artefici delle grandi opere architettoniche, risalenti alla seconda metà del Cinquecento ed ai primi anni del Seicento, furono i mastri ingegneri della famiglia Profilo originaria di Copertino, in provincia di Lecce, ai quali si deve la realizzazione della Mesagne manierista e prebarocca che contempla, tra l’altro, i palazzi dei Resta, dei Gaza, dei Granafei, dei Regina.

In pochi decenni furono edificati numerosi palazzi, caratterizzati da: finestre ricche di modanature, ovvero sagomature architettoniche, e di fregi; cornici a motivi geometrici; portali a bugnato, una tecnica di rivestimento che usa pietre che sporgono molto dalla superficie del muro, a punta di diamante o ad anelli; logge poggianti su mensoloni a volute rovesciate, colonne angolari, doccioni, per lo scarico delle acque piovane, dal significato apotropaico, per allontanare, cioè, gli spiriti maligni; balaustre traforate.

Tra i maggiori manufatti realizzati nella seconda metà del Cinquecento si colloca l’Ospedale dei Poveri. La costruzione prospetta oggi su piazza Criscuolo e fu voluta dall’arciprete della collegiata, Lucantonio Resta, probabilmente per l’inagibilità del più antico ospedale situato alle spalle della chiesa matrice.

Intorno alla metà del XVI secolo fu ampliata la pubblica piazza detta dei Nobili in cui sorgeva il teatro.

Tra le attuali via Marconi e via Manfredi Svevo, in loco della Pistergula, esistevano fornaci dove venivano cotte le tegole che coprivano le abitazioni a “tavolato”. La Pistergula probabilmente doveva essere una porta di piccole dimensioni, da cui si poteva entrare o uscire dalla città, situata nei pressi dell’attuale chiesa di S. Anna.

Nell’attuale piazza Vittorio Emanuele II, nel largo compreso tra Porta Grande e la chiesa dei francescani, alla fine del Cinquecento si trovavano, numerose, le botteghe degli artigiani, conciapelle, maniscalchi e calzolai.

 

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